ll rischio nascosto nel marketing reputazionale nell’era del clic impulsivo” e la trappola dei Like
Per anni il numero di “Mi piace” è stato considerato uno degli indicatori principali del successo sui social media. Aziende, professionisti e personaggi pubblici hanno spesso misurato la propria presenza online in base ai Like ricevuti.
Tuttavia, nel marketing reputazionale, questa metrica può rivelarsi fuorviante e, in alcuni casi, persino pericolosa.
Più volte, come azienda, ci siamo trovati ad assistere a contenuti online che screditavano i nostri clienti ed a gestire i like impulsivi, i cosiddetti neologismi “piacciare e “cuoricinare”; tanta energia che potrebbe essere indirizzata ad altre azioni in azienda che creano valore e ricchezza.
Nella società attuale caratterizzata dal populismo, dalla ricerca di visibilità, dalla frustrazione, della semplificazione e dalla alterazione dei fatti della comunicazione, molti infatti pensano che mettere un “Mi piace” su Facebook sia un gesto innocuo.
Un clic rapido, spesso impulsivo, che dura una frazione di secondo. Eppure, dietro quella piccola interazione può nascondersi una responsabilità ben più grande di quanto si immagini, generando un giudizio complessivo su una persona esclusivamente basato su uno o più like che può essere ingiusto poiché il contenuto del post non verificato.
Quando un articolo, un post o un commento descrive una persona in modo falso, distorto o denigratorio, ogni like ricevuto non rappresenta soltanto una reazione individuale. Diventa un segnale di approvazione che contribuisce ad aumentarne la visibilità e la credibilità agli occhi degli altri utenti. Chi legge un contenuto accompagnato da decine o centinaia di like tende infatti a percepirlo come più attendibile. È un meccanismo psicologico semplice: se molte persone sembrano approvare, allora ciò che viene affermato deve avere un fondamento. Ma non sempre è così.
La storia dei social network è piena di persone la cui reputazione è stata compromessa da accuse infondate, informazioni manipolate o ricostruzioni parziali dei fatti. In questi casi, il danno non è causato soltanto da chi scrive il contenuto originario, ma anche dall’insieme di interazioni che ne favoriscono la diffusione.
Ogni like contribuisce a far emergere il post negli algoritmi della piattaforma, a mostrarlo a nuove persone, a rafforzarne l’apparente autorevolezza. In altre parole, anche chi non ha scritto una sola parola può diventare parte del processo che trasforma una menzogna in una convinzione collettiva.
Questo non significa che ogni utente debba vivere i social con paura o rinunciare a esprimere le proprie opinioni. Significa però comprendere che esiste una differenza tra libertà di espressione e diffusione acritica di contenuti che possono ledere la dignità altrui e ciò può portare anche a conseguenze non solo civili ma penali.
Prima di mettere un like, vale la pena fermarsi a riflettere. Conosciamo davvero i fatti? Abbiamo verificato le informazioni? Siamo consapevoli delle conseguenze che quel contenuto potrebbe avere sulla vita della persona coinvolta?
Dietro ogni nome citato in un articolo o in un post c’è una persona reale, con relazioni, affetti, attività professionali e una reputazione costruita nel tempo.
Bastano poche ore sui social per incrinare ciò che ha richiesto anni per essere costruito.
Il problema non è il like in sé. Il problema nasce quando un gesto apparentemente insignificante si somma a centinaia di altri gesti uguali, contribuendo a trasformare una falsità in una verità percepita.
Nell’era digitale la responsabilità non appartiene soltanto a chi pubblica che in tal modo scopre dettagli personali pubblicamente, rendendo più facile per sconosciuti creare un profilo delle sue abitudini, dei suoi interessi, delle sue interpretazioni e idee personali.
La responsabilità appartiene, in misura diversa e, a volte, dolosa anche a chi sceglie di amplificare.
Dal punto di vista etico, la domanda centrale è: quale effetto produce il mio gesto sugli altri e sulla circolazione delle idee? Sui social network anche azioni molto semplici contribuiscono alla visibilità dei contenuti e possono influenzare le percezioni altrui.
Perciò la responsabilità morale di un like non deriva tanto dal clic in sé, quanto dall’intenzione della persona, dal contenuto approvato e dalle conseguenze prevedibili che quell’approvazione può avere. Un like è un gesto piccolo, ma in un ambiente digitale può avere un significato sociale non trascurabile.
Una domanda utile e fondamentale, quindi per chi mette il like può essere: se questo like fosse mostrato pubblicamente accanto al mio nome, sarei disposto a spiegare perché l’ho messo? Se la risposta è no, può valere la pena non metterlo.

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